La città delle armi

La città di Benevento è nota anche per le battaglie che portano il suo nome. La prima Battaglia di Benevento fu quella del 275 a.C. che vide opporsi i romani all’esercito invasore di Pirro, re dell’Epiro. La seconda celebre Battaglia di Benevento avvenne il 26 febbraio del 1266 tra Manfredi di Svevia e Carlo d’Angiò, per il possesso dell’Italia meridionale. Ma nel corso della sua plurimillenaria storia, la città ha conosciuto altri fatti d’arme o situazioni belliche, che culminano nei bombardamenti delle forze alleate subiti nell’estate del 1943.

Monumento a Manfredi

Lo scontro che avvenne a Benevento nel 1266, tra Manfredi e Carlo d’Angiò, fu di portata storica. L’esito di questa battaglia avrebbe deciso i destini dell’Italia, in particolare del papato, per i secoli a venire. Contro il tentativo del partito ghibellino, guidato da Manfredi di Svevia, di dare all’Italia un’unità politica, si oppose il papato, per evitare così di essere assorbito dal nuovo regno. Il papa di allora, il francese Clemente IV, chiese a Carlo d’Angiò, fratello minore del re di Francia Luigi XI, di venire in Italia e sconfiggere lo svevo. La battaglia decisiva avvenne qui a Benevento il 26 febbraio del 1266 e, secondo quanto sperato dal papa, Manfredi ne uscì sconfitto, perdendo la vita in questa battaglia. L’episodio viene rievocato anche da Dante Alighieri nella Divina Commedia, che pose lo svevo nel Purgatorio. Nel loro incontro, Dante ricorda che le ossa dello sfortunato re furono disperse per volere dei religiosi, in quanto era stato scomunicato dal papa, non lasciandolo riposare “in co del ponte di Benevento, sotto la guardia della grave mora”. Queste parole di Dante sono state interpretate in vari modi, e tuttavia tra gli studiosi non vi è concordia nell’identificare il ponte sotto il quale lo svevo fu sepolto, così come del resto permangono dubbi sulla reale ubicazione del campo di battaglia, a nord della città. Nel 1921, per la ricorrenza del sesto centenario della morte di Dante Alighieri, a Benevento si costituì un comitato per le celebrazioni, e in quella l’occasione si decise di realizzare un monumento che ricordasse Manfredi. Per la sua collocazione si decise di scegliere l’attuale ponte Vanvitelli, sul lato rivolto alla campagna che, secondo diversi studiosi, potrebbe coincidere con il luogo della probabile sepoltura del re svevo. L’opera fu composta su progetto di Nicola Silvestri, artista beneventano che in quegli anni insegnava nell’Istituto Industriale. Su una stele marmorea fu collocato un bassorilievo di bronzo con l’immagine dell’incontro nel Purgatorio tra Manfredi e Dante. Il monumento sorgeva sul ponte di Calore, sul versante verso l’esterno della città. Il monumento non ebbe plausi entusiastici e infine, dopo meno di un ventennio, fu rimosso per la costruzione della nuova via lungo il Calore. Dopo la seconda guerra mondiale si decise di ripristinare il monumento, che fu realizzato ex novo. Il disegno architettonico fu concepito dall’architetto Renato Bardoni, mentre il bassorilievo con l’incontro tra Dante e Manfredi fu realizzato dallo scultore Bruno Mistrangelo. Fu inaugurato nel 1947. Dopo aver visitato il monumento, ci portiamo nei pressi del Duomo, attraversando il ponte sul Calore e procedendo diritto lungo corso Vittorio Emanuele. Poco dopo, sulla sinistra ci appare l’imponente facciata romanica del Duomo di Benevento.

Campanile del Duomo

Il campanile del Duomo fu innalzato nel 1279 sotto l’arcivescovo Romano Capodiferro, prelato che fu amico di Manfredi di Svevia, tanto che partecipò alla cerimonia della sua incoronazione quale re di Sicilia, nel 1258 a Palermo. L’erezione di questo campanile è ricordato in una lapide collocata sul lato orientale, subito al di sotto di un famoso bassorilievo ritenuto romano: quello del cinghiale stolato, divenuto simbolo cittadino. Secondo vecchie e desuete interpretazioni, il cinghiale sarebbe quello caledonio, ucciso da Meleagro, zio di Diomede, che ne avrebbe poi donato le zanne al nipote e che le avrebbe portate con sé quando, dopo la guerra di Troia, giunse in Italia e fondò diverse città, tra cui Benevento. Questo campanile è un piccolo museo di bassorilievi romani, murati su tutti i suoi lati. Tra di essi ce n’è uno non molto visibile, collocato in alto sul lato meridionale. Raffigura un gladiatore sannita. Non è l’unico: un altro è murato nel campanile di Santa Sofia e un altro ancora è conservato nel Museo del Sannio. Questa figura ci ricorda che qui in città c’era una scuola gladiatoria che probabilmente fornì alcuni dei migliori combattenti anche ai giochi ludici che si svolgevano nella capitale. È da ricordare che lo stesso termine gladiatore aveva un’origine sannita: derivava infatti dalla spada corta e micidiale che i sanniti usavano nei combattimenti corpo a corpo e che si chiamava appunto gladio. Dopo aver ammirato il campanile del Duomo procediamo verso piazza Orsini dove, sotto la fontana dell’Orsini, c’è una lapide che ricorda i martiri delle Campizze, un altro fatto d’arme che insanguinò la città durante l’occupazione francese del 1799. L’esercito francese, comandato dal generale Broussier, era giunto in città per depredarla del tesoro del Duomo, dei soldi e di altri oggetti posseduti dal Monte dei Pegni. Ciò avvenne esattamente il 19 gennaio. I francesi caricarono sette carri e si diressero alla volta di Napoli. I beneventani reagirono con una sommossa popolare a questo saccheggio. Organizzatisi, il giorno dopo affrontarono i francesi nella piana delle Campizze, poco oltre Montesarchio. Purtroppo ebbero la peggio e sul campo rimasero un centinaio di morti, per lo più di Benevento. Proseguiamo per via Gaetano Rummo e quindi imbocchiamo sulla sinistra via Annunziata (la strada è a senso unico inverso, quindi è da percorrere a piedi). Salendo per questa strada, oltrepassiamo palazzo Mosti, sulla sinistra, attuale sede del Comune di Benevento. Giungiamo poco dopo in un piccolo largo dove sorge la chiesa dell’Annunziata.

Chiesa dell’Annunziata

La chiesa è di fattura barocca, essendo stata ricostruita dopo il terremoto del 1688, tuttavia anche questo luogo si lega a memorie longobarde e fatti d’arme. Nell’anno 663, la città si trovò ad essere assediata dall’esercito bizantino nel tentativo dell’allora imperatore Costante II di riconquistare l’Italia meridionale, scacciando i longobardi. I beneventani riuscirono a resistere a questo assedio e sconfiggere i bizantini, perché, secondo la leggenda, il duca di Benevento Romualdo I stando in questo luogo, e guardando la piana sottostante dove era l’esercito bizantino, ebbe la visione della Madonna (alla maniera della leggenda costantiniana) che gli preannunciava la vittoria se si fosse convertito al cristianesimo. Dopo la vittoria e l’avvenuta conversione, fece erigere questa chiesa dedicandola all’Annunziata per ricordare in realtà l’annuncio da lui ricevuto. Contemporaneamente, nel luogo dove gli era apparsa la Madonna, fece erigere la cappella dedicata a Santa Maria della Libera, di recente demolita. Dopo aver visitato la Chiesa dell’Annunziata, ci dirigiamo lungo via Tenente Pellegrini per portarci sul corso Garibaldi. Ivi giunti, svoltiamo a destra e procediamo fino a piazza Santa Sofia.

Campanile di Santa Sofia

Nell’angolo nordorientale della piazza sorge il campanile di Santa Sofia, qui ricostruito nel 1703 dopo il crollo del precedente durante il terremoto del 1688. La notevole distanza dalla chiesa non fu casuale, proprio per evitare che in caso di futuro crollo rovinasse nuovamente sulla chiesa. Osservando il lato occidentale si può ancora leggere l’iscrizione, in caratteri longobardi, che ricorda la primitiva fondazione del campanile, tra il 1038 e il 1056, al tempo dell’abate Gregorio II. Di lato a questa iscrizione sono presenti cinque stemmi, di fattura moderna, che ricordano i periodi principali della storia beneventana. Il primo, in alto a sinistra, ricorda il periodo sannitico (VIII-IV sec. a.C.), il secondo quello romano (IV sec. a.C.-VI sec. d.C.) e il terzo il periodo della dominazione longobarda (VI-XI sec.). Sulla fila inferiore lo stemma pontificio ricorda il periodo dell’appartenenza allo Stato della Chiesa (XI-XIX sec.) e infine l’ultimo, con la sigla municipale SPQB, si riferisce al periodo postunitario (dal 1860 in poi) quando la città riacquistò la sua autonomia dalla Chiesa nell’ambito del nuovo regno sabaudo. Al di sopra di questi stemmi, nel secondo ordine del campanile, è murato un altro rilievo romano raffigurante un gladiatore, simile a quello che abbiamo già visto sul campanile del Duomo. Su altri due lati del campanile di Santa Sofia sono collocati due pannelli marmorei, realizzati nel 1936 dallo scultore Michelangelo Parlato su disegno dello storico Alfredo Zazo, che rappresentano i momenti di maggior importanza della città, durante il periodo sannitico e quando divenne capitale longobarda di un ducato esteso su gran parte dell’Italia meridionale. Dopo aver visto il campanile, il nostro itinerario prosegue lungo il corso Garibaldi fino a piazza IV novembre, dove sulla destra sorge la Rocca dei Rettori.

Rocca dei Rettori e Monumento ai Caduti

La Rocca dei Rettori è un mastio realizzato nel 1322 per residenza fortificata a uso del legato pontificio (rettore) destinato alla città di Benevento. Costruito durante il periodo della permanenza ad Avignone del papato, il castello si ispira ad analoghi modelli francesi. Insieme al vicino monastero di Porta Somma, annesso alla Rocca, questo complesso edilizio ha rappresentato il cuore del potere politico durante il periodo della dominazione pontificia. Agli inizi del XV secolo, durante le lotte tra le diverse fazioni angioine del regno di Napoli, in questo castello fu tenuto prigioniero il capitano di ventura Muzio Attendolo Sforza. In seguito, lo Sforza, dopo essere tornato libero, conquistò la città, ritornando nella Rocca da signore di Benevento. In seguito alla sua morte, la città passò al figlio Francesco Sforza che vi rimase poco. Lo Sforza andò a conquistare il ducato di Milano, mentre Benevento ritornava ai rettori pontifici. Dopo l’unità d’Italia la Rocca divenne la sede della Prefettura e dal 1928 in poi ospita l’Amministrazione Provinciale che ne è proprietaria. La parte fortificata, per essere stata utilizzata come luogo di detenzione, nel periodo risorgimentale, fu vista come simbolo dell’oppressione politica, e pertanto se ne ipotizzò l’abbattimento. Tale demolizione per fortuna non avvenne e il mastio fortificato, nel 1894, divenne la prima sede del Museo Provinciale che poi nel 1928 fu trasferito nel complesso di Santa Sofia. Nel 1960 parte della Rocca è ritornata a essere usata per funzione museale: ospita infatti la sezione risorgimentale del Museo del Sannio. Presente anche una raccolta di armi del tempo. La Rocca dei Rettori è sede della Provincia di Benevento, per la visita bisogna quindi rivolgersi al personale dell’amministrazione. Per prenotare la visita si può utilizzare il numero 0824 774502. Il giardino è invece visitabile senza prenotazioni. In esso sono presenti alcune sculture di età contemporanea ed è possibile ammirare lo stupendo paesaggio che guarda sulla valle del Sabato. Terminata la visita alla Rocca, ci dirigiamo verso l’ultima tappa di questo itinerario: piazza Castello, dove al centro sorge il Monumento ai Caduti realizzato nel 1929 dallo scultore Publio Morbiducci e dall’architetto Italo Mancini. Notevole la Vittoria Alata in bronzo collocata in cima al monumento. Su questo monumento è posta anche un’iscrizione per ricordare le vittime del secondo conflitto bellico. Benevento ha subito numerose distruzioni, saccheggi ed eccidi, per i vari fatti d’arme che l’hanno vista protagonista. Tra di essi, i bombardamenti dell’estate del 1943 furono l’evento forse più catastrofico: perirono oltre 2000 civili e la città perse una fetta importante del suo patrimonio storico. Questo monumento, ancora oggi, rappresenta l’epicentro di ogni celebrazione per ricordare alcuni dei più drammatici momenti della storia civile della città e della nazione.