Itinerario romano

Benevento conobbe il suo primo sviluppo urbano quando il suo territorio entrò nell’orbita di Roma, a seguito delle conquiste a danno dei sanniti. La città fu raggiunta, nel IV sec. a.C., dalla via Appia, che entrava in città attraverso il Ponte Leproso. Da quel momento si è progressivamente ingrandita e arricchita di notevoli e grandiosi monumenti. Alcuni di essi, soprattutto di periodo imperiale, hanno lasciato testimonianze archeologiche che sono oggi ancora visibili, quali i resti del tempio di Iside, voluto dall’imperatore Domiziano, l’Arco di Traiano, per commemorare l’apertura della nuova via verso le Puglie, il Teatro Romano, costruito nel II secolo. I segni di questa città romana sono visibili non solo nei resti monumentali e nei reperti conservati nei musei, ma sparsi un po’ ovunque in città, murati in quasi tutti i vicoli del centro storico. Si consiglia di effettuare la visita a piedi, anche se la prima parte (dai Santi Quaranta al Teatro Romano) può essere percorsa in auto. Tempo di visita stimato, almeno 4 ore.

Santi Quaranta

La struttura romana era in origine un criptoportico, realizzato nel salto di quota tra la dorsale, sulla quale passava la via Latina, e la sottostante piana dove giungeva la via Appia. Parzialmente distrutto dai bombardamenti dell’ultimo conflitto mondiale, che ha fatto crollare la volta che copriva il criptoportico, oggi sopravvivono solo alcuni muri che danno un’idea parziale dell’impianto originario. Discussa e incerta è la sua prima destinazione, nonché la sua datazione.

Bue Apis

Dai Santi Quaranta, percorrendo il viale San Lorenzo, sulla sinistra, in prossimità dell’incrocio, sorge la statua del Bue Apis. Ritrovata nel 1629, fu qui collocata e rimane ancora nella posizione e sul piedistallo di allora. La scultura proviene dal Tempio di Iside, lo stesso che ha fornito grande quantità di sculture e reperti, oggi conservati in prevalenza nel Museo Arcos.

Area Anfiteatro

Dall’incrocio dove sorge il Bue Apis, imboccando sulla destra via Torre della Catena, si giunge all’incrocio con via Munazio Planco, strada dedicata al generale romano che dedusse qui a Benevento una colonia di reduci militari. Al termine di questa strada, sulla destra, sorge il luogo dove nel 1985 sono stati scoperti alcuni muri di fondazione appartenenti ad un anfiteatro del I sec. a.C. La struttura non è più visibile in elevato, e gli scavi finora condotti non sono al momento fruibili. L’itinerario prosegue lungo via Appia Antica e, svoltando sulla destra, si precede verso il ponte Leproso.

Ponte Leproso

Attraverso questo ponte giungeva in città la via Appia, proveniente, nel tratto precedente, da Capua. È un ponte a schiena d’asino, composto da quattro archi. Scavalca il fiume Sabato prima che questo confluisca, poco più avanti, nel Calore. Nelle linee essenziali, si presenta ancora nella sua struttura originaria. Dopo la chiusura al traffico, è percorribile solo a piedi. Il nome deriva da una struttura ospedaliera di epoca medievale, forse destinata ai lebbrosi. Di essa nulla rimane, se non il ricordo nella intitolazione della chiesetta dedicata ai santi Cosma e Damiano. Questa chiesetta, quasi adiacente al ponte, è stata più volte distrutta da terremoti o altri eventi calamitosi. Attualmente rimane in forme semplici e spoglie, dopo l’ultimo recupero postbellico. Dal Ponte Leproso si ritorna verso la città e, dopo aver percorso via Appio Claudio, si giunge di fronte a Port’Arsa, unica porta superstite della cinta muraria longobarda. La struttura di questa porta è realizzata con materiali lapidei di reimpiego, prelevati dal vicino Teatro Romano, o dallo scomparso anfiteatro che sorgeva nell’area prima visitata. Entrando nel centro storico attraverso Port’Arsa, e percorrendo l’omonima via, si giunge fino a piazza Ponzio Telesino, dove è l’ingresso del Teatro Romano.

Teatro romano

La struttura fu costruita al tempo dell’imperatore Commodo, alla fine del II sec. d.C., sostituendo un probabile teatro precedente, realizzato forse in struttura lignea, visto che ci sono testimonianze di spettacoli tenuti anche nei secoli precedenti. È stato riportato in luce nel corso del XX secolo, demolendo le case e le altre strutture che si erano sovrapposte a esso. Unica struttura non demolita è la chiesa tardo settecentesca di Santa Maria della Verità, che si sovrappone a parte della cavea. Tuttavia il teatro oggi risulta nuovamente agibile, anche se la capienza attuale è minore di quella originaria.

Il monumento, che ha un diametro di circa 98 metri, è costruito in opera cementizia laterizia e blocchi di pietra calcarea. Le gradinate sono frutto di reintegro moderno e si sviluppano solo per una parte, in quanto manca l’anello superiore. La cavea originaria a pianta semicircolare, era realizzata, a imitazione del Colosseo, con tre diversi ordini architettonici: il tuscanico, all’ordine inferiore, di cui si conservano venticinque arcate, lo ionico e il corinzio. La scena era fissa e si componeva di una struttura monumentale, di cui oggi sopravvivono solo due grandi piloni senza alcuna decorazione marmorea.

Molti materiali di spoglio, provenienti dal teatro, sono stati reimpiegati in numerosi edifici presenti nel centro storico della città, come alcuni mascheroni murati in via Capitano Rampone o in piazza Piano di Corte. Molti altri materiali lapidei vari sono conservati nell’antiquarium collocato nel viale d’ingresso attuale del teatro, alle spalle della scena. Il Teatro è visitabile tutti i giorni dalle ore 9.00 a un’ora prima del tramonto. L’ingresso è da piazza Ponzio Telesino. Il biglietto di ingresso è di 2 euro, ridotto 1 euro. Uscendo dal Teatro, proseguiamo in direzione est, sulla sinistra, procedendo per via Port’Arsa e giriamo quindi sulla sinistra per imboccare via Carlo Torre. Si attraversa uno dei quartieri storicamente più popolari della città, chiamato Triggio. Procedendo lungo via Carlo Torre si giunge in corrispondenza dell’arco romano chiamato del Sacramento.

Arco del Sacramento

L’Arco del Sacramento, che probabilmente deve il suo nome alla contiguità al complesso del palazzo arcivescovile, è un arco onorario rimasto senza decorazione plastica, e di cui è impossibile ipotizzare l’origine e l’intitolazione. Secondo alcune ipotesi, attraverso quest’arco si accedeva al foro romano, dato che via Carlo Torre corrisponde, nella topografia della città romana, al cardo maximo. L’area fu sconvolta dai bombardamenti del 1943. Dopo alcuni interventi urbanistici non felici, recentemente l’area ha una prevalente destinazione a parco archeologico. In esso è possibile ammirare alcuni ruderi e brani murari di epoche diverse. Il parco è visitabile gratuitamente tutti i giorni. Dopo aver completato la visita si prosegue per via Carlo Torre e si esce sul corso Garibaldi. Si supera sulla sinistra il Duomo e si prosegue salendo lungo l’arteria che diviene isola pedonale. Il corso Garibaldi corrisponde in parte all’antico decumano della città romana. Alla fine dell’Ottocento fu ampliato, demolendo gli edifici sul lato sinistro salendo. Nel percorso si incontra, sulla sinistra il cinquecentesco Palazzo Paolo V, già sede comunale, e di fronte l’ex Seminario Arcivescovile, oggi sede dell’Archivio di Stato. Subito dopo si apre la piazzetta Papiniano, al cui centro è collocato l’Obelisco neoegizio proveniente dal tempio di Iside.

Obelisco di Iside

L’obelisco fu ritrovato nel corso del XVI secolo e collocato nello spazio recintato dinanzi al Duomo. Con i lavori di sistemazione del periodo post unitario, la zona antistante al Duomo fu demolita e questo obelisco, nel 1872, fu collocato dove oggi lo ammiriamo. Proviene dal tempio di Iside, fatto costruire da Domiziano nell’88 d.C. È lo stesso obelisco a fornirci preziose informazioni sulla sua provenienza, grazie alle iscrizioni su esso presenti, la cui traduzione è la seguente: Horus il forte giovane, che conquista in potenza; Horus d’oro Ricco di anni, Forte di vittoria; Sovrano dell’Alto e Basso Egitto Autokrator Kaisaros; Figlio di Ra Domiziano, che viva eternamente. La grande Iside, Madre del Dio, Sothis, Signora delle stelle, Signora del cielo, della terra e del mondo sotterraneo. Egli innalzò un obelisco di granito per lei e per gli dèi della sua città di Benevento, per la salvezza e il ritorno in patria del Signore delle due terre, Domiziano che viva eternamente. Il suo nome è Rutilio Lupo, che abbia lunga vita e gioia. L’obelisco, insieme all’altro conservato nel Museo Arcos, fu quindi eretto davanti al tempio di Iside dal beneventano Rutilio Lupo in onore dell’imperatore Domiziano. Dopo aver ammirato l’obelisco, proseguendo per il corso Garibaldi, poco più avanti si giunge al quadrivio dove, sulla sinistra inizia via Traiano. La strada è frutto di uno sventramento urbanistico degli anni immediatamente successivi alla fine del secondo conflitto bellico, proprio per creare un cannocchiale ottico che inquadrasse l’Arco di Traiano sullo sfondo.

Arco di Traiano

L’Arco sorse tra il 114 e il 117 d.C. per celebrare l’inaugurazione della via Traiana, e da allora è divenuto uno dei manufatti più importanti di Benevento. Trasformata in porta urbana in periodo longobardo, prese il nome di “Porta Aurea”, in base ad una terminologia di chiara derivazione bizantina. Di fatto, per oltre mille anni, l’Arco rimase inglobato nelle mura della città e solo nel corso del XIX secolo vi furono i primi interventi per isolarlo dalle strutture addossate, isolamento completato solo nel secondo dopoguerra. Oggi, anche grazie ai numerosi interventi di restauro, l’Arco si presenta in ottimo stato di conservazione e con la decorazione scultorea pressoché integra. Può essere senz’altro considerato l’arco romano meglio conservato tra quelli ancora esistenti. L’arco alto 15,45 metri e largo 8,60, è composto da un solo fornice. Il ricco corredo scultoreo narra la vita e le gesta dell’imperatore Traiano. Sulla facciata che guarda la città sono rievocati diversi aspetti del suo governo civile, mentre sul lato verso la campagna sono narrate alcune sue gesta militari, compiute per allargare i confini dell’impero. Nel fornice sono presenti due grandi pannelli che ricordano la presenza di Traiano a Benevento: una volta per la promulgazione della Istitutio Alimentaria (una legge che imponeva tasse ai proprietari terrieri per aiutare i bambini bisognosi a trovare un lavoro) e un’altra per la inaugurazione della via Traiana, nell’anno 109. Alla fine del 2004, nella vicina chiesetta sconsacrata di Sant’Ilario, risalente al periodo longobardo, fu inaugurato l’allestimento museale “I racconti dell’Arco”. Nel suggestivo ambiente è stato realizzato un percorso multimediale che racconta la storia di Traiano, così come narrata dai rilievi dell’Arco, e vari aspetti della storia del monumento e della vita al tempo degli antichi romani. Il Museo in Sant’Ilario è aperto tutti i giorni della settimana, dal lunedì alla domenica, festivi compresi, dalle ore 10.00 alle 13.00 e dalle 16.00 alle 19.00. Il costo del biglietto intero è di 2 euro, ridotto 1 euro. È possibile acquistare per 6 euro, ridotto 4, il biglietto cumulativo, valido due giorni, per visitare oltre a Sant’Ilario, il Museo del Sannio e la collezione di Iside al Museo Arcos. Dopo aver completato la visita dell’Arco e di Sant’Ilario, tornare sul corso Garibaldi ripercorrendo via Traiano. Svoltando a sinistra si procede fino a piazza Santa Sofia. Lungo il percorso è possibile vedere sulla destra il barocco palazzo Collenea, dall’ampio e arioso cortile, e subito dopo la basilica di San Bartolomeo, edificata su progetto di Filippo Raguzzini, agli inizi del XVIII secolo, per volere di papa Benedetto XIII. La basilica contiene le ossa ritenute reliquie dell’apostolo, portate a Benevento da Lipari nell’838 dal principe longobardo Sicardo. Poco oltre, sempre sulla sinistra, c’è il settecentesco palazzo Terragnoli, la cui facciata è anche attribuita a Filippo Raguzzini. Attualmente è sede della Biblioteca Provinciale Antonio Mellusi. Proseguendo, prima di giungere a piazza Santa Sofia, sulla sinistra si incontra il Teatro Comunale Vittorio Emmanuele, edificato a metà dell’Ottocento su progetto dell’architetto napoletano Pasquale Francesconi. Subito dopo si apre l’armoniosa piazza che incornicia la facciata della chiesa longobarda di Santa Sofia. Alle spalle di questa chiesa, con accesso sulla destra, c’è il monastero omonimo, che oggi ospita il Museo del Sannio.

Museo del Sannio

Il Monastero di Santa Sofia è diventato museo nel 1928. Prima di questa data, il monastero ha avuto una vita molto lunga e varia. Dopo il declino della presenza benedettina, avvenuta nel XVI secolo, il convento passò ai Canonici Lateranensi, che lo tennero fino alla soppressione degli ordini religiosi nel 1806. Nel 1834 il monastero fu affidato ai Fratelli delle Scuole Cristiane, i Lasalliani, che vi tennero le loro scuole fino al 1907, quando in quell’anno si trasferirono nel vicino palazzo De Simone. Il monastero divenne allora un orfanotrofio maschile, ospitando anche attività artigianali, tra cui una falegnameria e una tipografia, allestite per insegnare un lavoro ai giovani orfani. Nel 1928, a seguito del passaggio degli orfanotrofi alle amministrazioni provinciali, il monastero divenne di proprietà della Provincia di Benevento che decise di sistemarvi il proprio Museo Provinciale, fino a quel momento ospitato nella Rocca dei Rettori. Grazie all’allestimento dell’allora direttore Alfredo Zazo, nacque il Museo del Sannio, che rappresenta oggi il maggior istituto culturale cittadino. La raccolta museale si incentra soprattutto sui reperti archeologici di epoca classica, presenti in grande quantità nel tessuto edilizio della città. Del resto, la sua prima organizzazione avvenne nel 1873, su suggerimento dell’archeologo tedesco Mommsen e, in linea con gli orizzonti culturali del tempo, era l’archeologia classica il maggior interesse storico del momento. Raccolte così lapidi, rilievi e iscrizioni di periodo romano, il museo si arricchì progressivamente di ulteriori ritrovamenti e acquisizioni, tra cui, più importante di tutti, furono i reperti egizi, provenienti dall’Iseo beneventano, ritrovati in uno scavo fortuito del 1903. Oggi questi ultimi reperti sono stati spostati nel nuovo museo Arcos, realizzato a pochi metri di distanza nei seminterrati del Palazzo del Governo. Oltre ai reperti classici, il Museo è stato progressivamente arricchito anche con reperti pre e protostorici, provenienti dalla provincia e zone limitrofe, nonché da una ricca collezione di quadri, opere grafiche e sculture, illustranti l’evoluzione culturale cittadina dal medioevo ai giorni nostri. Un momento della visita al museo va dedicato al chiostro romanico, uno dei più belli tra quelli dell’intera Italia meridionale. Il chiostro attuale fu costruito tra il 1142 e il 1176 dall’abate Giovanni IV, in parte con frammenti di quello precedente dell’VIII secolo, distrutto dai terremoti che colpirono la città nel corso del XII secolo. È a pianta quadrangolare, ma con un angolo rientrante per la presenza della chiesa, ed è composto di quindici quadrifore e di una trifora. Lo stile architettonico mostra un evidente gusto moresco, dovuto alla presenza in città, in quel XII secolo, di maestranze arabe. Su esili ed eleganti colonnine, sono poggiati capitelli e pulvini di grande ricchezza iconografica che variano da elementi fitozoomorfici ad allegorie, figurazioni umane, animali ma anche di esseri fantastici, secondo l’estetica del periodo romanico, tutti rappresentati con un gusto molto dinamico e vitale. Nell’angolo sud occidentale del chiostro, su un pulvino è rappresentata una delle più antiche rappresentazioni plastiche della natività di Gesù, che anticipa la classica iconografia presepiale. Il Museo è visitabile tutti i giorni, tranne il lunedì, dalle ore 9,00 alle 19,00. Il biglietto di ingresso è di 4 euro, ridotto 2 euro. È possibile acquistare per 6 euro, ridotto 4, il biglietto cumulativo, valido due giorni, per visitare oltre al museo la collezione di Iside al Museo Arcos e I racconti dell’Arco in Sant’Ilario. Uscendo dal Museo attraverso il bookshop si ritorna nella piazza, al cui centro domina la rotonda fontana neoclassica, con obelisco sorretto da leoni, realizzata agli inizi dell’Ottocento durante la dominazione francese (1806-1815). In effetti, fu proprio in questo periodo, esattamente nel 1810, che la piazza prese forma, espropriando e abbattendo il recinto antistante alla chiesa di Santa Sofia. Benché di forma irregolare, la piazza ha tuttavia una sua misura molto armoniosa. Nell’angolo nordorientale della piazza sorge il campanile di Santa Sofia, qui ricostruito nel 1703 dopo il crollo del precedente durante il terremoto del 1688. La notevole distanza dalla chiesa non fu casuale, proprio per evitare che in caso di futuro crollo rovinasse nuovamente sulla chiesa. Osservando il lato occidentale si può ancora leggere l’iscrizione, in caratteri longobardi, che ricorda la primitiva fondazione del campanile, tra il 1038 e il 1056, al tempo dell’abate Gregorio II. Di lato a questa iscrizione sono presenti cinque stemmi, di fattura moderna, che ricordano i periodi principali della storia beneventana. Il primo, in alto a sinistra, ricorda il periodo sannitico (VIII-IV sec. a.C.), il secondo quello romano (IV sec. a.C.-VI sec. d.C.) e il terzo il periodo della dominazione longobarda (VI-XI sec.). Sulla fila inferiore lo stemma pontificio ricorda il periodo dell’appartenenza allo Stato della Chiesa (XI-XIX sec.) ed infine l’ultimo, con la sigla municipale SPQB, si riferisce al periodo postunitario (dal 1860 in poi) quando la città riacquista la sua autonomia dalla Chiesa nell’ambito del nuovo regno sabaudo. Su altri due lati del campanile sono collocati due pannelli marmorei, realizzati nel 1936 dallo scultore Michelangelo Parlato su disegno dello storico Alfredo Zazo, che rappresentano i momenti di maggior importanza della città, durante il periodo sannitico e quando divenne capitale longobarda di un ducato esteso su gran parte dell’Italia meridionale.

Museo Arcos

Il Museo Arcos sorge nel piano seminterrato del Palazzo del Governo di Benevento. Ristrutturato e adibito a funzione museale nel 2005, in origine ha ospitato mostre di arte contemporanea e continua a farlo in parte di esso. Dal 2014, l’ala sinistra è utilizzata per esporre le sculture del tempio di Iside, ritrovate a Benevento nel 1903, e appartenenti al Museo del Sannio. In quel 1903 venne in luce un notevole insieme di sculture appartenenti all’Iseo, tanto che fu considerato il maggior ritrovamento di arte egizia avvenuto al di fuori dell’Egitto. I reperti archeologici provengono da un tempio dedicato alla dea egizia, eretto dall’imperatore Domiziano nell’anno 88 d.C. La sua forma e collocazione al momento ci è ancora ignota. Tra i reperti esposti c’è anche un obelisco di fattura neoegizia, il cui gemello è collocato a piazzetta Papiniano, lungo il corso Garibaldi. Sempre dallo stesso tempio proviene anche il Bue Apis che, nel XVII secolo, fu collocato all’inizio di viale san Lorenzo. Il Museo Arcos è visitabile tutti i giorni, tranne il lunedì. Gli orari sono: dal martedì al venerdì dalle 9,00 alle 18,00; il sabato e la domenica dalle 9:00 alle 13:00 e dalle 15:00 alle 18:00. Il biglietto di ingresso è di 2 euro, ridotto 1 euro. È possibile acquistare per 6 euro, ridotto 4, il biglietto cumulativo, valido due giorni, per visitare oltre al museo Arcos, il Museo del Sannio e I racconti dell’Arco in Sant’Ilario. Terminata la visita al Museo Arcos, ci dirigiamo verso l’ultima tappa di questo itinerario: la sede della Soprintendenza di Benevento. Uscendo svoltare verso destra e continuare a procedere in direzione est. Si supera, sulla sinistra, l’imponente massa della Rocca dei Rettori, castello eretto nel 1322 per fornire una residenza protetta ai rappresentanti a Benevento del governo pontificio. Superata la Rocca, si attraversa piazza Castello, con al centro il Monumento ai Caduti realizzato nel 1929 dallo scultore Publio Morbiducci e dall’architetto Italo Mancini. Notevole la Vittoria Alata in bronzo collocata in cima al monumento. Subito dopo inizia il viale degli Atlantici, fiancheggiato sulla destra dalla Villa Comunale, prezioso e gradevole parco urbano disegnato alla maniera dei giardini inglesi. Fu impiantato nel 1879 dal celebre botanico napoletano Alfredo Denhardt. Superata la Villa Comunale, poco dopo si giunge al complesso di San Felice, che attualmente ospita la sede della Soprintendenza.

Soprintendenza e Scipionyx Samniticus

Il complesso di San Felice sorse agli inizi del XVII secolo come convento dei frati cappuccini. Fu in seguito abbandonato e dopo l’unità d’Italia fu trasformato in carcere, funzione che ha svolto fino agli anni Ottanta del Novecento. È stato in seguito destinato agli uffici del Centro Operativo della Soprintendenza. Qui sono attualmente collocate alcune lapidi di epoca romana, ritrovate di recente nel territorio beneventano e, in particolare, è esposto il reperto fossile di un cucciolo di dinosauro, ritrovato a Pietraroja (comune montano della provincia beneventana ai confini con il Molise) nel 1980. Il reperto è di notevole interesse scientifico in quanto mostra lo scheletro fossile di un esemplare giovane di dinosauro teropodo, in eccezionale stato di conservazione, con la presenza anche di organi interni e tessuti molli. Il nome scientifico scelto per questo esemplare è stato di Scipionyx Samniticus, in omaggio alla località di ritrovamento, anche se è popolarmente conosciuto con il nomignolo di “Ciro”. Il fossile di Ciro è visitabile tutti i giorni, festivi inclusi, dalle ore 9,00 a un’ora prima del tramonto. L’ingresso è gratuito.