Itinerario longobardo

Con la fine dell’impero romano, la penisola italiana visse secoli di incertezze nelle guerre tra bizantini e popolazioni che scendevano dal nord Europa. A metà del VI secolo giunsero in Italia i Longobardi, e stabilirono a Benevento la sede del loro ducato, la cui estensione raggiunse quasi per intero la parte meridionale della penisola. La città visse un nuovo periodo di grande importanza, segnato da un notevole sviluppo economico e culturale. Oggi poco sopravvive di quel periodo, anche se la planimetria urbana del centro storico risale proprio al periodo longobardo. A differenza di quanto avvenne nel resto d’Italia, la presenza longobarda a Benevento si è protratta per ben cinque secoli, fino agli inizi del XI secolo, per scomparire solo con la venuta dei normanni in Italia.

Santa Sofia

La chiesa è di fondazione longobarda, e dal 2011 è stata dichiarata dall’Unesco patrimonio dell’umanità, all’interno del sito seriale “I Longobardi in Italia: i luoghi del potere”. La chiesa venne fondata dal duca Arechi II nell’anno 760. In origine fungeva da cappella palatina, ossia era la chiesa annessa al palazzo ducale, nella quale il duca e la sua corte assistevano alle funzioni religiose. In seguito, alla chiesa venne annesso un convento benedettino, che ha avuto grande importanza, per tutto il medioevo, nella vita politica non solo della città ma di buona parte dell’Italia meridionale. L’edificio ha subito numerose modifiche nel corso della sua ultramillenaria vita, anche a seguito dei diversi terremoti che hanno spesso colpito la città. Una delle prime modifiche avvenne probabilmente a metà del XII secolo, quando la chiesa venne modificata con l’aggiunta di una navata anteriore che la trasformò da chiesa a pianta centrale a chiesa longitudinale. Nell’occasione venne realizzato anche il chiostro romanico che è tuttora presente nella parte conventuale. Il terremoto del 1688 determinò il crollo del campanile che rovinò sulla chiesa, provocando il crollo di diverse parti, tra cui anche la cupola. La chiesa venne ripristinata nella primitiva pianta centrale, con una cupola nuova e con una diversa facciata, l’attuale, di chiara ispirazione barocca. Anche l’interno fu modernizzato con una nuova decorazione barocca, decorazione che è stata poi rimossa nell’ultimo restauro compiuto a metà del XX secolo. In occasione di quest’ultimo restauro, l’edificio ha ripreso un aspetto più medievale, con una discussa pianta stellare. In questa occasione sono emersi alcuni brani di affreschi, attribuiti al IX secolo, anche se non è da escludere una datazione posteriore. Oggi la chiesa di Santa Sofia rimane come una delle costruzioni più originali del periodo altomedievale, soprattutto per la complessa pianta formata da un esagono centrale, ai cui vertici ci sono sei colonne romane di spoglio, che si congiunge ai pilasti e ai muri perimetrali con un originale intreccio di volte di varie forme e tipologie. Sulla facciata, anch’essa di varia e originale sintesi stilistica, si apre un portale romanico probabilmente del XII secolo. Nella lunetta è raffigurato Cristo in trono tra la Vergine e san Mercurio, mentre inginocchiato è forse l’abate Giovanni IV, autore delle ricostruzioni del XII secolo. La chiesa è ritornata a essere edificio di culto e parrocchia dagli anni Sessanta. Pertanto i tempi previsti per la visita sono quelli ordinari di una chiesa, al di fuori dei tempi delle celebrazioni liturgiche. Dopo aver effettuato la visita di Santa Sofia, uscendo, sulla sinistra, c’è il cancello che dà l’ingresso al Museo del Sannio, che occupa il chiostro e l’antico monastero benedettino, oltre ad altri ambienti adiacenti di più moderna realizzazione. Benché la raccolta museale sia in prevalenza di materiali archeologici classici, il periodo longobardo è rappresentato da alcuni corredi funebri provenienti da alcune tombe cittadine e da una discreta raccolta di monete longobarde. Il Museo è visitabile tutti i giorni, tranne il lunedì, dalle ore 9,00 alle 19,00. Il biglietto di ingresso è di 4 euro, ridotto 2 euro. È possibile acquistare per 6 euro, ridotto 4, il biglietto cumulativo, valido due giorni, per visitare oltre al museo la collezione di Iside al Museo Arcos e I racconti dell’Arco in Sant’Ilario. Uscendo dal Museo attraverso il bookshop si ritorna nella piazza, al cui centro domina la rotonda fontana neoclassica, con obelisco sorretto da leoni, realizzata agli inizi dell’Ottocento durante la dominazione francese (1806-1815). In effetti, fu proprio in questo periodo, esattamente nel 1810, che la piazza prese forma, espropriando e abbattendo il recinto antistante alla chiesa di Santa Sofia. Benché di forma irregolare, la piazza ha tuttavia una sua misura molto armoniosa. Nell’angolo nordorientale della piazza sorge il campanile di Santa Sofia, qui ricostruito nel 1703 dopo il crollo del precedente durante il terremoto del 1688. La notevole distanza dalla chiesa non fu casuale, proprio per evitare che in caso di futuro crollo rovinasse nuovamente sulla chiesa. Osservando il lato occidentale si può ancora leggere l’iscrizione, in caratteri longobardi, che ricorda la primitiva fondazione del campanile, tra il 1038 e il 1056, al tempo dell’abate Gregorio II. Di lato a questa iscrizione sono presenti cinque stemmi, di fattura moderna, che ricordano i periodi principali della storia beneventana. Il primo, in alto a sinistra, ricorda il periodo sannitico (VIII-IV sec. a.C.), il secondo quello romano (IV sec. a.C.-VI sec. d.C.) e il terzo il periodo della dominazione longobarda (VI-XI sec.). Sulla fila inferiore lo stemma pontificio ricorda il periodo dell’appartenenza allo Stato della Chiesa (XI-XIX sec.) ed infine l’ultimo, con la sigla municipale SPQB, si riferisce al periodo postunitario (dal 1860 in poi) quando la città riacquista la sua autonomia dalla Chiesa nell’ambito del nuovo regno sabaudo. Su altri due lati del campanile sono collocati due pannelli marmorei, realizzati nel 1936 dallo scultore Michelangelo Parlato su disegno dello storico Alfredo Zazo, che rappresentano i momenti di maggior importanza della città, durante il periodo sannitico e quando divenne capitale longobarda di un ducato esteso su gran parte dell’Italia meridionale. Completata la visita di piazza Santa Sofia, procedere verso il Teatro Comunale Vittorio Emanuele. Appena superato, svoltare a destra e imboccare via Verdi. Dopo pochi metri svoltare a sinistra in via Falcone Beneventano. Dopo pochi metri giungiamo in piazza Piano di Corte.

Piano di Corte

Il tessuto urbanistico che circonda questa piazza è il cuore dell’insediamento longobardo in Benevento, strutturatosi a partire dall’VIII secolo. In questo luogo, ai margini del preesistente tessuto della città romana, i duchi longobardi edificarono il palazzo per la propria corte con gli alloggi ed uffici annessi per scopi militari e civili. Di questa presenza nulla rimane, ed è possibile solo riconoscere, nella piazza, la corte interna del palazzo. Con ogni probabilità, l’alloggio ducale sorgeva bel lato corte orientale, dove è oggi il massiccio palazzo Zamparelli, già Carissimo. Se si osserva una pianta della città, si nota immediatamente che questo edificio, la piazza, corrispondente alla corte, e il complesso di Santa Sofia, la cui chiesa era in origine la cappella palatina, sono perfettamente allineati, a conferma che ci fu una pianificazione unitaria. L’intero quartiere che si svolge intorno a questa piazza, chiamato Trescene, si presenta con una stratificazione, sia orizzontale sia verticale, tipica dell’urbanistica spontanea del periodo medievale. Dopo aver dato uno sguardo al grande mascherone, murato nell’angolo nordoccidentale della piazza, forse proveniente dal Teatro Romano, proseguiamo il nostro percorso scendendo verso l’arco di Traiano. Si incontra sulla destra la Confraternita di Sant’Antonio Abate e la chiesa, con il monastero annesso, di Sant’Agostino. Quest’ultimo complesso è oggi di proprietà dell’Università del Sannio e la chiesa è stata trasformata in auditorium. Percorrendo via Giovanni de Nicastro, sono da guardare anche i muri che fiancheggiano la strada: si tratta, per lo più, di autentiche murature del periodo longobardo. In particolare, nell’ultimo tratto prima di giungere all’Arco di Traiano, sulla destra, si notano murate le pietre che delimitavano sei grande arcate, appartenenti ad un edificio medievale poi scomparso per far posto al Convento di Sant’Agostino. Secondo alcuni studiosi, queste arcate appartenevano forse allo xenodochio di San Benedetto, che ci è testimoniato dalle fonti letterarie del tempo.

Sant’Ilario

Superato l’Arco di Traiano, sulla destra, all’inizio di via San Pasquale, sorge la chiesa di fondazione longobarda intitolata a Sant’Ilario. Difficile datare con esattezza questo manufatto edilizio, per il quale si sono proposte ipotesi che variano su un arco di tre secoli, tra l’VIII e il X. Trasformato in edificio rurale, è stato riconosciuto e recuperato solo in tempi recenti. Ultimamente sono stati effettuati diversi scavi, che hanno portato in luce alcune strutture medievali, sia all’interno sia all’esterno della chiesa. La chiesa e l’area è di proprietà della Provincia di Benevento che qui ha realizzato il percorso multimediale “I racconti dell’Arco” che illustra la storia di Traiano, così come narrata dai rilievi dell’Arco, e vari aspetti della storia del monumento e della vita al tempo degli antichi romani. Il Museo in Sant’Ilario è aperto tutti i giorni della settimana, dal lunedì alla domenica, festivi compresi, dalle ore 10.00 alle 13.00 e dalle 16.00 alle 19.00. Il costo del biglietto intero è di 2 euro, ridotto 1 euro. È possibile acquistare per 6 euro, ridotto 4, il biglietto cumulativo, valido due giorni, per visitare oltre a Sant’Ilario, il Museo del Sannio e la collezione di Iside al Museo Arcos. Terminata la visita a Sant’Ilario, procedere verso il centro della città. Superato l’Arco di Traiano, si consiglia di imboccare sulla sinistra via Giuseppe Manciotti. Dopo poco, sulla sinistra, si apre un pontile che è anch’esso struttura altomedievale, anche se i rivestimenti attuali non lo fanno intuire. Percorrendolo, sulla sinistra si trova incastonato un rilievo tardo romano con quattro figure togate acefale. Proseguendo per vicolo I San Nicola, si giunge infine sul corso Garibaldi. Abbiamo in parte attraversato il cuore dell’insediamento longobardo di Benevento. Attraversato il corso, si imbocca via Tenente Pellegrini. Sulla sinistra ci appare l’imponente facciata dell’ex Convento di San Domenico, oggi sede del rettorato dell’Università del Sannio. Poco oltre si giunge in prossimità del complesso longobardo di San Vittorino.

San Vittorino

Il monastero femminile di San Vittorino sorse nel X secolo, intorno ad una chiesa forse già preesistente. Tra il 903 e il 910, a seguito di incursioni saracene le monache di San Salvatore di Alife (provincia di Caserta) furono costrette a fuggire e trovarono riparo qui a Benevento. Nel 910 ottennero dai principi longobardi di poter dimorare in san Vittorino. Iniziarono così a erigere il loro cenobio che, nel tempo, divenne una struttura sempre più estesa e imponente. La chiesa fu anch’essa ampliata nel XII secolo e ulteriori lavori furono intrapresi nel XVII secolo. Danneggiato dal terremoto del 5 giugno del 1688, molte parti del monastero e della chiesa furono riedificate. Il monastero fu abbandonato agli inizi del XIX secolo, quando, in periodo francese, ci fu la soppressione degli ordini religiosi. L’ampia struttura divenne in parte privata, in parte fu acquisita dal vicino orfanotrofio dell’Annunziata. Il suo recupero è iniziato in tempi molto recenti ed è ancora in corso. Di certo questo è uno dei luoghi più stratificati di tutto il centro storico, e potrà riservare non poche notizie, anche in futuro, sull’assetto urbano della città in periodo medievale. Il complesso, all’interno, non è al momento visitabile. Dopo aver superato il sito di San Vittorino, proseguendo per via Tenente Pellegrini, si giunge in via Annunziata, proprio di fronte all’omonima chiesa, che ci appare sulla sinistra. La chiesa è di fattura barocca, essendo stata ricostruita dopo il terremoto del 1688, tuttavia anche questo luogo si lega a memorie longobarde. Nell’anno 663, la città si trovò ad essere assediata dall’esercito bizantino nell’allora tentativo di Costante II di riconquistare l’Italia meridionale, scacciando i longobardi. I beneventani riuscirono a resistere a questo assedio e sconfiggere i bizantini, perché, secondo la leggenda, il duca di Benevento Romualdo I stando in questo luogo, e guardando la piana sottostante dove era l’esercito bizantino, ebbe la visione della Madonna (alla maniera della leggenda costantiniana) che gli preannunciava la vittoria se si fosse convertito al cristianesimo. Dopo la vittoria e l’avvenuta conversione, fece erigere questa chiesa dedicandola all’Annunziata per ricordare in realtà l’annuncio da lui ricevuto. Contemporaneamente, nel luogo dove gli era apparsa la Madonna, fece erigere la cappella dedicata a Santa Maria della Libera, di recente demolita. Scendendo per via Annunziata, si attraversa una delle strade più caratteristiche del centro storico, con diversi scorci e angoli singolari. Dopo aver superato sulla sinistra palazzo Mosti, attuale sede del municipio, si giunge in prossimità della rampa Montevergine, una scalinata che scende verso via Gaetano Rummo. L’arco che sovrasta questa scalinata corrisponde, secondo alcuni studiosi, alla prima porta Rufina, di epoca longobarda. Attraversato la strada, ci si trova in prossimità dell’ex mercato dei commestibili, oggi in corso di recupero quale area commerciale. Procedendo in direzione delle Poste, si notano nell’asfalto, proprio nella curva, delle pietre a terra che segnano la posizione della seconda porta Rufina, che fu demolita nel 1928. Giunti in prossimità dell’edificio postale, bisogna svoltare sulla destra e imboccare via Torre della Catena. Qui inizia la strada di circonvallazione che fiancheggia il perimetro della mura longobarde in questa parte meridionale della città, giungendo fino al luogo dove era l’antica porta San Lorenzo, oggi scomparsa.

Mura longobarde

La prima perimetrazione della città, ad opera dei romani, ci è del tutto ignota, mentre abbiamo qualche contezza maggiore della cinta muraria costruita dai longobardi, perché buona parte di essa è sopravvissuta e giunta fino a noi, anche se con diverse demolizioni e lacune. La prima cinta muraria longobarda racchiudeva solo parte della precedente città romana, andando all’incirca da piazza Santa Sofia al Duomo. In seguito, la cinta muraria fu allargata, inglobando anche la parte sud occidentale della città. Ciò avvenne nell’VIII secolo, ad opera del duca Arechi II. La nuova parte aggiunta fu chiamata Civitas Nova, anche se la numerosa presenza di ruderi romani, tra cui anche il teatro, attestano che la nuova parte era già stata urbanizzata dai romani e “nuova” era solo in riferimento al primo insediamento longobardo. Percorrendo via Torre della Catena, in pratica, si possono ammirare sulla destra le mura erette nell’VIII secolo per delimitare la Civitas Nova. L’impianto murario è molto vario e di difficile lettura. Sicuramente molti tratti sono stati rifatti o restaurati in tempi posteriori, per cui le mura sono spesso longobarde per fondazione, ma non tali per l’apparecchiature muraria che oggi vediamo. I brani più autentici li ritroviamo in prossimità dell’angolo sudoccidentale, una volta superata via Teatro Romano, che porta all’omonima struttura che ci apparirà sulla destra. Dopo aver superato una torre quadrata, a grossi blocchi lapidei, di sicura fattura longobarda, e una torre cilindrica, giungiamo in prossimità di un’altra torre quadrata, chiamata di San Nicola, perché forse in questo luogo sorgeva un’antica cappella dedicata al santo. Questa torre ingloba un antico arco romano in laterizi. Proseguendo nella curva, si giunge alla Torre della Catena.

Torre della Catena

Oggi di questa torre rimane ben poco, dopo i crolli avvenuti a seguito dei bombardamenti del 1943. In origine la torre era collegata alle mura da un arco che sovrastava la strada, proprio nella curva. Quest’arco era stato realizzato da un certo Dacomario (forse il primo rettore pontificio) nel 1077, per aprire un varco nelle mura e migliorare il traffico carrabile di questa area. La torre ebbe molto a soffrire da eventi successivi, come le distruzioni apportate da Federico II nel 1240, o il terremoto del 1456. Un’epigrafe, oggi scomparsa, ricordava la ricostruzione della torre avvenuta nel 1475. Insolito è anche il nome di questa torre. Secondo alcuni studiosi, il termine “catena” sarebbe una corruzione del termine longobardo “contena” con il quale veniva in genere indicato un fossato. Data la vicinanza con il fiume e con i canali qui presenti fino a non molti anni fa, è da ritenere che in origine la torre fosse circondata, sul lato esterno, da un corso d’acqua.

Port’Arsa

Superata la Torre della Catena, giungiamo nei pressi di Port’Arsa. Si tratta dell’unica porta superstite della cinta muraria longobarda, escludendo ovviamente l’Arco di Traiano, che per diversi secoli fu usato anch’esso come porta urbana. La struttura di questa porta è realizzata con materiali lapidei di reimpiego, prelevati dal vicino Teatro Romano, o dallo scomparso anfiteatro che sorgeva anch’esso in questa area. Precedentemente questa porta era indicata con il nome di Portella delle Calcare. In pratica, già dal medioevo e fino a tempi moderni, in quest’area della città c’erano attività produttive legate alla produzione di materiali da costruzione, spesso utilizzando anche gli elementi di spoglio degli antichi edifici romani. Non è da escludere che sia stato proprio l’anfiteatro, completamente raso al suolo, a fornire in epoca longobarda il materiale per questa produzione industriale. L’area della Civitas Nova, in realtà non fu mai urbanizzata, restando spesso destinata a un uso produttivo, sia agricolo, soprattutto orti, sia industriale, come luogo di produzione di calce, mattoni e altri materiali da costruzione. Proprio adiacente a Port’Arsa, sul lato sinistro entrando, sorge ancora oggi un’antica fornace di fattura medievale (sorge in proprietà privata e non è quindi visitabile). Forse da essa si propagò, in tempi moderni, un incendio che dovette distruggere gli infissi di legno che servivano a chiudere la porta nottetempo. Da ciò è probabilmente derivata l’attuale denominazione di Port’Arsa.